Stillicidio
Plic, plic, plic, plic…
Buia, fredda cella. Una finestra si apriva lungo la parete ovest a circa sei piedi da terra. L’avevano costruita appositamente verso ovest, per ricordare a chi era costretto in catene che tutto giunge ad un termine. Un fetido odore di marcio era sempre presente in quel luogo, accompagnato da flebili lamenti che non lasciavano mai cadere il silenzio.
Plic, plic, plic…
Il sole stava lentamente sparendo dietro il profilo delle lontane montagne, quando il flusso d’acqua si fermò. Un lungo, straziante e gioioso urlo si alzò immediatamente dall’ala nord delle carceri. Ogni condannato, ormai da settimane costretto a rimanere seduto sotto il continuo sgocciolio di un rubinetto sulla sua testa, si era accorto dell’improvvisa mancanza di quel sordo rumore che ormai era quasi scomparso nell’abisso dell’usuale e, colto da un profondo moto di speranza, aveva incominciato a berciare, ridendo, urlando. Ogni condannato, a parte uno. Il numero A27, il primo ad essere stato rinchiuso in quel posto, era ancora immobile, come nulla fosse accaduto. Il suo vicino di cella, che lo vedeva attraverso le sbarre, girò la testa verso di lui, smettendo per un attimo di esultare come gli altri, chi più consciamente, chi meno. Lui era arrivato da pochi giorni, non aveva perso completamente il senno, ma lo Zitto (così infatti era chiamato lì, il condannato A27) era lì da sei mesi. <<Hey, Zitto, muoviti! Che pensi, saranno venuti a liberarci?>>. Silenzio. Lo Zitto rimaneva immobile, inginocchiato con gli occhi chiusi. <<Zitto, ci sei? E dì qualcosa!>>. Improvvisamente, un’ultima goccia si staccò dallo sgocciolatoio sopra la testa dello Zitto e, rapida, cadde sulla testa del condannato.
Plic.
Come risvegliato da un profondo letargo, lo Zitto aprì gli occhi, sgranandoli al punto che sembrava volesse farseli saltar fuori dalla testa. <<Solo, SOLO!>>. Si alzò con una forza che mai si sarebbe detto potessero avere le sue ossute gambette, e con un solo tiro ruppe i cardini delle catene che lo legavano; per un attimo le guardò quasi incredulo di ciò che lui stesso aveva fatto, e subito spiccò una folle corsa contro la finestra della sua cella. La sua testa cozzò violentemente contro le sbarre di ferro, facendolo cadere riverso all’indietro, con il cranio spezzato ed una profonda ferita laddove le goccie avevano scavato per mesi interi.
Come se n’era andato, subito in tutta l’ala nord ritornò il silenzio. Solo un bisbiglio si diffondeva tra le celle:
<<Lo Zitto è morto>>
In quel momento il sole sparì dietro l’orizzonte, lasciando spazio alla notte.
Pubblicato il 3 maggio 2009. © 2011 Andrea Vida. All rights reserved.
