Racconto d’estate

 

Prologo

Non c’è motivo, anche se è interessante continuare ad interrogarsi sul perché le cose accadano. O se c’è, non è ancora alla nostra portata.
A volte ci pare di essere sul fondo, senza speranza, e persino il pensiero di non poter andare più in basso non ci rallegra per niente. E’ inutile, sul fondo non volevamo arrivarci, quindi non prendiamoci in giro: dirsi “ora non puoi che risalire” non è una grossa consolazione.
Siete in una situazione del genere? Sappiatelo.
Siete agli antipodi di tutto ciò e non siete mai stati più felici? Ricordatelo.
Arriverà il giorno in cui il vostro mondo crollerà, e l’unica cosa che potete sperare è che decida di farlo pian piano, mattone per mattone, perché se invece il muro portante decidesse di cedere, voi vi potreste trovare seppelliti sotto le macerie della vostra passata felicità. Tuttavia si può sempre avere un colpo di fortuna, e, un attimo prima del crollo, percepire l’arrivo del sisma precipitandosi fuori casa, appena in tempo per vederla tramutarsi in un mucchio di sassi, travi e polvere. Troppo stanchi per disperare, ma abbastanza disperati per ricominciare.
Così accadde a Perfiù ed Eloise, all’apice della loro fortuna.

 

Capitolo Primo

Accadde una sera, su una pista da ballo.
Quella sera si teneva una gara di tango, a livello nazionale. Tutti i ballerini erano già schierati a bordo pista, e attendevano con impazienza l’annuncio del loro nome per iniziare a muoversi sulle note della loro musica. Tutti, a parte due. Infatti quella sera, su quella pista, c’erano in gioco parecchi soldi e, si sa, quando di mezzo ci sono i soldi, c’è anche chi gioca sporco. Così, subito prima dell’apertura delle danze, un ballerino ed una ballerina di due coppie di ballo differenti furono trovati con le ossa rotte e pieni di lividi dentro un’ascensore: chi li trovò fu un cameriere, che chiamò subito un’ambulanza per trasportare i due in ospedale. L’ipotesi più quotata dalla servitù al momento dell’apertura delle danze era che i due si fossero trovati insieme in ascensore, una parola tira l’altra, un gesto, uno schiaffo, fino a darsele di santa ragione. Keatle, il cameriere (non era il suo vero nome, gli era stato appioppato per la sua somiglianza al gatto del caposala, che cercava sempre di intrufolarsi nelle cucine, come Keatle, per altro) c’aveva preso gusto a raccontare la storia del suo ritrovamento nell’ascensore, tanto che aveva incominciato ad infiorettare il tutto con particolari di fantasia: all’inizio sembrava che i due fossero semplicemente a terra pieni di lividi e tagli, poi la versione si tramutò in una specie di lotta greco-romana all’ultimo sangue con capelli strappati e denti ovunque, per infine giungere alla versione del sesso estremo in ascensore, con l’aggravante del tradimento dei due rispettivi partner, così estremo che quando le porte dell’ascensore si aprirono davanti ai suoi occhi i due erano delle goduriose e lascive maschere di sangue. Ne aveva di fantasia, Keatle, e l’attenzione che gli altri membri della servitù gli stavano dedicando non faceva che spronarlo come un cavallo da corsa in vista del traguardo.
Com’era, come non era, fatto sta che due ballerini portati in ospedale avevano lasciato privi di partner due altri danzatori, che ora erano a bordo pista con lo sguardo vacuo, ancora scossi per la storia dell’ascensore (gli erano giunte le ultime voci divulgate da Keatle). Di lì a poco la musica sarebbe iniziata, e (guardacaso) le loro due coppie erano le prime a dover scendere in pista. Perfiù (lui, useremo un soprannome per celare la sua vera identità) incominciava già a perdere la sensibilità delle gambe, come succedeva sempre quando era sull’orlo imminente di quella che sentiva sarebbe stata la più grande figuraccia della sua vita. In realtà era successo solo in un altro caso, per la precisione quando si arrischiò a chiedere per la prima volta un appuntamento ad una ragazza: successe un caldo pomeriggio d’estate, e ovviamente lui ebbe la bella idea di provarci sull’orlo di una piscina gremita di suoi amici e conoscenti, tutti lì per la festa di compleanno della stessa ragazza che aveva di fronte. Dopo quell’istante la sua memoria incominciava a fare cilecca senza riprese fino a circa 2 ore dopo, quando si risvegliò in ospedale con la testa fasciata ed in tasca un biglietto con scritta una sola parola, con una calligrafia femminile: “sì”.
Eloise (lei, un’altro soprannome) si trovava dall’altro lato della pista, perfettamente immobile, con uno sguardo indecifrabile: sembrava che al suo interno si stesse tenendo un’immensa battaglia che le deformava il il viso in una smorfia simile a quella di un gatto che ha ingoiato una palla di pelo, e che sta per tirare lo starnuto più potente della sua vita. Si tratteneva. Sapeva che se avesse ceduto a quell’irrefrenabile istinto di starnutire, non si sarebbe più fermata. Etciù, etciù, etciù…succedeva sempre così quando era tesa. Starnutiva. Un modo naturale per scaricare la tensione, se non fosse che non le permetteva di fare nient’altro. Così ora era lì, ad un passo dai riflettori, a combattere una battaglia che sembrava già persa in partenza, cercando tuttavia di pensare ad una soluzione per quella situazione a dir poco “sconveniente”, come l’avrebbe senz’altro definita sua madre, se si fosse trovata lì e non nel pubblico ad aspettare l’inizio della musica.
In un attimo si fece silenzio nella sala, le luci sulle tribune si abbassarono e un presentatore dalla voce nasalmente acuta prese a dire i soliti convenevoli del tipo: “Buonasera, e benvenuti alla ventiquattresima edizione del “Premio Nazionale di Tango” di Figilne!” (altro soprannome, basti sapere che si tratta di una ricca capitale). Mentre la vocina nasale continuava, i due sembravano non ascoltare: lui con le gambe semipiegate e la fronte imperlata di sudore, sembrava avesse bisogno più di un bagno che di un giro di tango, e lei con una smorfia incredibile stampata in faccia, per il resto perfettamente immobile. “…zione! Quindi ora bando alle ciance e cominciamo: largo alla prima coppia, musica!”.
E che musica. Il miglior tango che fosse mai stato riprodotto da un’impianto di quelle dimensioni. A stare seduti in quella stanza sembrava che ogni persona del pubblico avesse improvvisamente impugnato uno strumento e si fosse messa a suonare, ma non come un mucchio di principianti, piuttosto come se il pubblico di quella sera fosse stato composto dai membri dell’Orchestra Sinfonica di Figilne. Una festa per le orecchie. Senza pari. Sarebbe stato perfetto se qualcuno avesse occupato anche la pista da ballo, visto che in realtà il pubblico non era affatto impegnato a suonare degli strumenti, bensì era tutto intento a fissare quella accecante piattaforma di parquet inondata di luce artificiale, che, istante dopo istante, rimaneva sempre più vuota. Poi, proprio quando il primo spettatore che si era ripreso dallo stupore per la musica splendida e la mancanza dei ballerini aveva appena riempito i polmoni per urlare qualcosa del tipo “dove sono i ballerini”, due persone entrarono nel rettangolo di luce bianca artificiale posto al centro dell’attenzione di tutti, e l’entrata fu tanto spettacolare che quando lo stesso spettatore riemise il fiato dicendo proprio “dove sono i ballerini” la sua vicina, una vecchina dall’aspetto irascibile, senza nemmeno girarsi gli ficcò la sua borsetta in bocca, senza mai staccare gli occhi dalla pista da ballo, dico. In quel punto della tribuna vi fu tutto un rumoreggiare di perline che cadono a terra (la borsetta era tutta decorata da minuscole perline nere, prima di venire incastrata nella bocca del malcapitato e impaziente spettatore), ma nessuno si prese la briga di controllare cosa fosse accaduto, nemmeno la vecchina: gli occhi di tutti stavano seguendo ammaliati gli sfrenati movimenti di Eloise che, sempre con la solita smorfia stampata in volto, aveva incominciato a danzare da sola nella parte destra della pista. Da sola, certo, ma comunque come se stesse danzando con il suo partner, solo che al suo posto le sue braccia stringevano il vuoto che sempre più voricosamente le danzava intorno. Pochi metri più in là nel rettangolo illuminato Perfiù si comportava allo stesso modo, compiendo movimenti che sembravano più uno scivolare sul parquet, non so se mi spiego, come se le sue gambe non si staccassero mai da terra, ma, sempre piegate, vi aderissero senza separarsene. Ed è così che per un po’ continuarono, con le loro piroette e le scalciate nel vuoto, in quella danza furiosa e appassionata che è il tango, ma non era solo tango, era molto di più in quel momento, era un’intera sala da ballo che sta immobile a fissare due ballerini che danzano da soli in mezzo ad una pista, in due e da soli, accompagnati, mossi e sollevati dalla migliore musica che la vecchina dall’aspetto irascibile avesse mai ascoltata, e lei se ne intendeva di musica. Non poco.

continua..?


Pubblicato il 10 ottobre 2009.
© 2011 Andrea Vida. All rights reserved.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.