Phlogs (cap. I)

Phlogs riaprì gli occhi. Lentamente.
Era legato ad una vecchia sedia di rovere, la vita strettamente legata allo schienale da una vecchia corda che puzzava di mare. Le mani erano anch’esse legate, dietro la schiena. In bocca sentiva sapore del ferro…sì, era sangue. Com’era finito lì? Guardandosi attorno non riusciva a distinguere nulla di familiare: era seduto al centro di una vecchia cantina, priva di qualunque mobilio. C’era una porta di fronte a lui, ed avvertiva alla sue spalle un continuo scrosciare d’acqua. Gli corse un brivido lungo la schiena: aveva freddo, e quel rumore gli risuonava nella testa minaccioso, come un oscuro presagio.
Improvvisamente sentì uno scatto metallico alle sue spalle, accompagnato da un rumore piuttosto strano, come il grattare di un ruvido sasso contro un altro. Subito Phlogs sentì le sue membra come risvegliarsi, una sensazione tanto strana quanto piacevole. Passò subito, con un altro scatto metallico…dove aveva già sentito quel rumore? Il suo cervello lavorava lentamente, intorpidito dal lungo rimaner privo di sensi. Mentre cercava di ricordare, un forte odore di menta e tabacco si diffuse nell’aria…ma certo, era un accendino! E quell’odore…era il suo tabacco! Phlogs alzò la testa diritta, cercando di vedere chi diamine si stava fumando la sua pipa, quando una voce ruppe il silenzio.
“Ah, ti sei svegliato.”
Era una voce familiare, molto familiare. Proveniva anch’essa delle sue spalle.
“Spero non ti arrabbierai, sto fumando la tua pipa. Ci stavi mettendo una vita, a risvegliarti.”
A Phlogs ricadde la testa: era esausto.
“Chi sei? Che vuoi da me?”
“Mi piace il tuo tabacco”
Lo sconosciuto dalla voce familiare rise, tossichiando un po’.
“Questo l’avevo capito, stronzo”
L’altro smise di ridere, e senza alcun preavviso lanciò un bicchiere d’acqua, che evidentemente teneva in mano, sulla testa del malcapitato.
“Mai chiamare ‘stronzo’ il proprio aguzzino…”
Lo sconosciuto girò attorno alla sedia, mentre Phlogs cercava di scostarsi la massa di capelli bagnati dagli occhi.
“Così devi uccidermi?”
“No, in effetti non voglio ucciderti”
Phlogs si scostò i ciuffi rossi dalla faccia, e lo vide: stava in piedi di fronte a lui un uomo ben vestito, in camicia bianca, giacca nera a coste e jeans scuri. In testa aveva un cappello nero della stessa stoffa della giacca, e teneva la pipa nella mano sinistra. La cosa più strana però era la faccia, che per un attimo era sfuggita allo sguardo di Phlogs, il quale si era soffermato per un attimo sulla sua amata pipa. La sua faccia era infatti coperta da una maschera di Arlecchino, a mezza faccia, con i caratteristici cornetti tagliati sulla fronte. Ad occhio sembrava di cuoio, non cartapesta. Il rosso dei capelli, tendente al rame, si scontrava con il colore della maschera, un rosso porpora. Aveva i capelli dello stesso colore di Phlogs.
“E allora che ci faccio qui?”
“Smettila di lamentarti, non è da te.”
“Che ne vuoi sapere tu di me”, ribattè Phlogs abbassando di nuovo la testa.
“Molto più di quanto pensi, Phlogs. Dove credi di trovarti?”
Phlogs rimase un attimo interdetto, poi riprese:
“Se te l’ho chiesto vuol dire che non ne ho idea.”
“Mio Dio, ma ti accorgi di quello che stiamo facendo? Stiamo ripetendo le stesse cose.”
“Già ci stavo pensando anch’io”
Per un attimo entrambi alzarono lo sguardo al soffitto, come assorti.
“Sembra una pessima improvvisazione”
“Anche a te piace il teatro? Dalla maschera che porti si direbbe di sì…”
Lo sconosciuto si guardò intorno, come temendo che i muri potessero ascoltarlo.
“Sì, anche se non potrei dirlo…”
“Perchè no? Non c’è nessuno qui, a parte noi due. Perchè dovresti negarti?”
Lo sconosciuto fece per dire qualcosa, ma si fermò, portò la pipa alla bocca ed estrasse un accendino di metallo dalla tasca interna della giacca. Con calma la riaccese, e tirò una boccata. Tenne poi l’accendino acceso, nella mano destra.
“C’hai provato, me l’aspettavo d’altronde”
Richiuse l’accendino davanti agli occhi di Phlogs, che si erano accesi come braci arroventate alla luce riflessa della piccola fiamma.
“Non morirai, anche se ti annoierai parecchio. Sei mio prigioniero. Se vuoi sperare in qualche possibilità di venir liberato, devi obbedire. Spesso sarai frustrato, altre volte deluso. Ma, grazie a me, arriverai a gioie molto più grandi. La mia non è una proposta. Lo faccio per te, ma sopratutto per me. Sei mio prigioniero, e farai quello che ti dico”
Lo sconosciuto si voltò, raggiunse la porta. Si tolse la maschera, la appese ad un chiodo accanto allo stipite ed uscì, girando poi una chiave nella serratura.

 

Pubblicato il 21 maggio 2009.
© 2011 Andrea Vida. All rights reserved.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.