Siamo pervasi di un certo qual vittimismo, quasi la condizione della vittima, o meglio, del “perseguitato”, sia diventata un esempio da imitare. Cosa vuoi fare da grande? Il martire! Bravo figliolo! E via discorrendo.
Perché?
La figura del martire è stata inventata dal Cristianesimo, prima di esso ad essere perseguitati non ci si guadagnava niente, anzi: chi se la passava male senza motivo era spesso tenuto alla larga, perché evidentemente malvoluto dagli dèi. Chi aveva un motivo per passarsela male, poi, era tenuto alla larga ugualmente, per non inimicarsi nessuno. Tuttavia, per quanto i martiri cristiani siano diventati un esempio morale a cui tendere, non sono mai stati in tutto e per tutto dei modelli di vita, anche perché più che modelli di vita, si dovrebbe parlare di modelli di morte. Dove sta il trucco?
I martiri moderni non muoiono. Mai.
Giorno dopo giorno te li vedi in televisione, a lavoro, su internet, in famiglia, tra amici, in un romanzo, in un saggio, sul giornale, ovunque. E si lamentano. Ah, che schifo la vita, che schifo l’Italia, che schifo me stesso. Me ne vado. Mi licenzio. Mi uccido. Bravo! E invece no. Più che lamentarsi, però, è una specie di vanteria quella che loro fanno: sembra si faccia a gara per chi ha più disgrazie. Questo comportamento innesca lì per lì due emozioni: compatimento, e rispetto. Certo, c’è sempre più rispetto per “chi soffre”, sopratutto quando è in grado di andare in giro e parlarne con tale noncuranza e cinico stoicismo. Inutile dire che alla lunga rompono le balle, a meno che non siano così bravi da innescare quel potentissimo e delicatissimo meccanismo che porta gli individui prima ad autocommiserarsi perché si sentono afflitti dagli stessi problemi del povero martire, e dopo ad osannarlo perché lui evidentemente riesce ad affrontarli meglio. Peccato che gran parte di questi problemi non esistano. Vi ricorda qualcuno? Maliziosi. Ma attenzione, non sto parlando di politica: parlo di un sacco di gente.
Persino io, e non solo io, ma tutti rischiamo di cadere, chi più chi meno, in questo bieco meccanismo. Si finisce così a cantare la propria sfortuna presso i nostri amici e confidenti, cercando di superare i veri problemi puntellandosi su una sfilza di disgrazie fittizie, pure pippe mentali usate il più delle volte per estorcere agli altri qualche briciola di compatimento, e nei casi più patologici per traghettarsi sulle altrui spalle attraverso la selva dei problemi reali.
Questa martirizzante epidemia mi ha dato lo spunto per “cuore di paglia“. Come chi ha la coda di paglia, che prima ancora di venire accusato si discolpa, così chi ha un cuore di paglia ancor prima di soffrire per qualcosa se ne va in giro urlando contro la propria malasorte. Il martire del terzo millennio. I cuori di paglia preferiscono più spesso percorrere le strade più vicine alle loro inclinazioni (le “soglie”), specie quando queste conducono a facili guadagni e risultati sicuri. Quando invece le prospettive si fanno più difficili, allora cedono subito per vie più comfortevoli, seguendo il gregge. Lamentandosi, ovviamente, e facendo finta che le loro scelte siano di gran lunga le più alternative. I migliori guadagni con il minor sforzo, e l’ammirazione di tutto un sostrato di sfigati. Ma sto divagando.
Buona lettura.
–> Cuore di paglia <–
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