Deriva ermetica

•20 gennaio 2012 • Lascia un commento

 

Solo al tavolo, profilo buio nella sera.
Una mano tesa su di esso, l’altra adagiata sul foglio.
Nella mano sollevata c’è stretto un pennino, sospeso pochi centimetri al di sopra di una ciotola intagliata nel legno, colma di inchiostro nero. Solo che il pennino, però, non è stato intinto nell’inchiosto. Una patina rossa brilla sulla sua punta; una goccia vischiosa e densa sta per crollare vinta dalla gravità nel nero baratro d’inchiostro sottostante.

—> Poesia <—

 

Sussurri

•13 dicembre 2011 • Lascia un commento

 

Non c’è più fiato per urlare, non c’è più fiato per parlare.

Nessuno si gira, e forse è meglio così.

Non sia mai si girino le persone sbagliate.

 

–> Sussurro <–

 

Questioni di gravità

•16 ottobre 2011 • Lascia un commento

 

<< A me m’ha sempre colpito questa faccenda delle stelle.
Se ne stanno su per anni, e poi, senza che accada nulla, ma nulla dico, FRAN. Giù, cadono.
Stanno lì, appese al cielo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, FRAN.
Nel silenzio più assoluto, non una mosca che vola, e loro…FRAN, cadono giù, come sassi.
Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. FRAN.
Cos’è che succede ad una stella per farla decidere che non ne può più?
Non ci si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto.
Quando cade una stella… >>

Liberamente scopiazzato da Novecento, di Baricco.
Ho avuto modo di declamare questo monologo qualche settimana fa, il quale, nella versione originale, parla di quadri. Quando cade un quadro. Quando cade una stella.

Quando cade una stella?

–> Questioni di gravità <–

 

Reality or Fantasy?

•3 luglio 2011 • Lascia un commento

 

—> Reality and Fantasy <—

 

 

Cuori di paglia

•12 aprile 2011 • 1 commento



Siamo pervasi di un certo qual vittimismo, quasi la condizione della vittima, o meglio, del “perseguitato”, sia diventata un esempio da imitare. Cosa vuoi fare da grande? Il martire! Bravo figliolo! E via discorrendo.

Perché?

La figura del martire è stata inventata dal Cristianesimo, prima di esso ad essere perseguitati non ci si guadagnava niente, anzi: chi se la passava male senza motivo era spesso tenuto alla larga, perché evidentemente malvoluto dagli dèi. Chi aveva un motivo per passarsela male, poi, era tenuto alla larga ugualmente, per non inimicarsi nessuno. Tuttavia, per quanto i martiri cristiani siano diventati un esempio morale a cui tendere, non sono mai stati in tutto e per tutto dei modelli di vita, anche perché più che modelli di vita, si dovrebbe parlare di modelli di morte. Dove sta il trucco?

I martiri moderni non muoiono. Mai.

Giorno dopo giorno te li vedi in televisione, a lavoro, su internet, in famiglia, tra amici, in un romanzo, in un saggio, sul giornale, ovunque. E si lamentano. Ah, che schifo la vita, che schifo l’Italia, che schifo me stesso. Me ne vado. Mi licenzio. Mi uccido. Bravo! E invece no. Più che lamentarsi, però, è una specie di vanteria quella che loro fanno: sembra si faccia a gara per chi ha più disgrazie. Questo comportamento innesca lì per lì due emozioni: compatimento, e rispetto. Certo, c’è sempre più rispetto per “chi soffre”, sopratutto quando è in grado di andare in giro e parlarne con tale noncuranza e cinico stoicismo. Inutile dire che alla lunga rompono le balle, a meno che non siano così bravi da innescare quel potentissimo e delicatissimo meccanismo che porta gli individui prima ad autocommiserarsi perché si sentono afflitti dagli stessi problemi del povero martire, e dopo ad osannarlo perché lui evidentemente riesce ad affrontarli meglio. Peccato che gran parte di questi problemi non esistano. Vi ricorda qualcuno? Maliziosi. Ma attenzione, non sto parlando di politica: parlo di un sacco di gente.

Persino io, e non solo io, ma tutti rischiamo di cadere, chi più chi meno, in questo bieco meccanismo. Si finisce così a cantare la propria sfortuna presso i nostri amici e confidenti, cercando di superare i veri problemi puntellandosi su una sfilza di disgrazie fittizie, pure pippe mentali usate il più delle volte per estorcere agli altri qualche briciola di compatimento, e nei casi più patologici per traghettarsi sulle altrui spalle attraverso la selva dei problemi reali.

Questa martirizzante epidemia mi ha dato lo spunto per “cuore di paglia“. Come chi ha la coda di paglia, che prima ancora di venire accusato si discolpa, così chi ha un cuore di paglia ancor prima di soffrire per qualcosa se ne va in giro urlando contro la propria malasorte. Il martire del terzo millennio. I cuori di paglia preferiscono più spesso percorrere le strade più vicine alle loro inclinazioni (le “soglie”), specie quando queste conducono a facili guadagni e risultati sicuri. Quando invece le prospettive si fanno più difficili, allora cedono subito per vie più comfortevoli, seguendo il gregge. Lamentandosi, ovviamente, e facendo finta che le loro scelte siano di gran lunga le più alternative. I migliori guadagni con il minor sforzo, e l’ammirazione di tutto un sostrato di sfigati. Ma sto divagando.

Buona lettura.

–> Cuore di paglia <–

Oggi Sogno l’Aldilà

•27 febbraio 2011 • Lascia un commento

 

Libia, febbraio 2011: si combatte per la libertà.
La “gente comune” scende in piazza per riconquistare i propri diritti, e trasformarsi da “gente comune” in persone.
La gente comune italiana che era in Libia torna in Italia, e la prima cosa che dichiara appena scesa dal mezzo militare che l’ha prelevata dal porto, rovina, deserto, tumulto, piazza, battaglia, strage di innocenti in cui si trovava, la prima cosa che dice è: “è un miracolo che sia tornata” (cit. Tg1 di mezzogiorno del 27 febbraio 2011). E continua pensando: “grazie a Dio appartengo ad un Paese dove la gente comune non scende in piazza per far valere i propri diritti se chi lo amministra non li rispetta, non si schiera per le strade nonostante il fuoco aperto sulla folla e l’areonautica che spara sui manifestanti; appartengo ad un Paese fatto di gente comune, non di persone”.
Ecco come nasce Oggi.

Sogno, invece, è un bel ricordo, diciamo…rimasto chiuso in un cassetto. Ora è una richiesta di perdono ad una amica che spero di non perdere di vista, un rischio che corro per colpa della mia pigrizia, soprattutto, condita con molti impegni.

Aldilà…un appunto di una brutta giornata. Un pensiero espresso da molti, nel corso della storia, fatto mio in un giorno di pioggia.

Buona lettura.

 

Mendico

•5 febbraio 2011 • Lascia un commento

 

“Non posso fare a meno di chiedermelo”

Così inizia l’ultima poesia che ho pubblicato.
La più egoista che io abbia mai pubblicato.

Nasce da una serie di incontri che mi sono capitati nel tragitto tra la fermata dell’autobus e la biblioteca, dove vado di solito a studiare: sei persone che chiedevano l’elemosina. Sei.

Relativamente giovani.
Italiani, a occhio.

Non c’è che dire, m’ha colpito il fatto, tuttavia ho tirato dritto. Tutti tirano dritto.
Questa è una scusa, non tutti tirano dritto: c’è chi si ferma, ci scommetto. Fa due chiacchere, lascia qualche moneta, la vera elemosina, quella che accarezza, solleva: non ferisce. Non passa con aria altezzosa e affrettata lasciando cadere nel bicchiere di plastica una monetina.

In ogni caso, la gran parte delle persone tira dritto. Indifferenza.

Italiani, a occhio.
Relativamente giovani.

Potrei essere io, tra qualche anno.

Eppure tiro dritto.

E non solo, arrivo in biblioteca e scrivo.
Una poesia.

“Non posso fare a meno di chiedermelo”

Io non sono uno degli indifferenti, sono il peggiore: sono quello che dopo aver tirato dritto, si volta indietro e teme il giorno in cui toccherà a lui.

- e la cosa che ancor più mi fa inorridire è quel “italiani, a occhio”: perché evidentemente, finché sono stranieri, il fatto che chiedano l’elemosina è più giustificabile, nel parlare comune -

Spero sia uno spunto di riflessione tagliente quanto lo è stato per me.

Mendico


 
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